LISTA INTERVENTI LOCALITA' : Nilaveli I centri di accoglienza delle Misericordie
LISTA INTERVENTI LOCALITA' : Nilaveli
I centri di accoglienza delle Misericordie
Trincomalee e la sua immensa baia sono forse il posto di mare più bello dell’intera isola di Sri Lanka. Appena fuori dalla città di Trincomalee, da un punto qualsiasi della costa, lo sguardo abbraccia un panorama d’acqua circondato da colline verdi di foresta, con spiagge di sabbia bianca ombreggiate dalle palme delle più tipiche cartoline tropicali. Qui davvero, se ve ne saranno le condizioni, il turismo internazionale potrebbe dar vita ad una destinazione di fama mondiale. Ma finora, di queste condizioni, neppure l’ombra. Per anni la zona è stata contesa tra il Governo e il movimento indipendentista tamil. La conseguenza è stata una situazione di grande abbandono: nessuno sviluppo, nessuna crescita economica, scarsi i contatti con la capitale, che seguivano l’altalena delle promesse, delle trattative, dei negoziati. Il cessate il fuoco del 2002 ha creato un qualche traffico di persone, di merci, di iniziative economiche tra Colombo, la zona centrale dell’isola e Trincomalee, lasciando intravedere prospettive di un futuro migliore, intensamente voluto soprattutto dalla gente più povera. L’onda di tsunami, la mattina di quel 26 dicembre, è entrata in profondità nel grande golfo di Trincomalee, giocando di rimbalzo tra le sponde prima di placarsi, dopo interminabili minuti di distruzione e di morte. Lo tsunami ha rafforzato, almeno all’inizio, la tregua, creando drammi e disastri con l’imparzialità cieca di un fenomeno che non distingue certo religioni ed etnie, né si cura dei conflitti in corso. Il Governo ha avvertito l’esigenza di consentire l’arrivo di soccorsi internazionali a tutte le comunità colpite dal maremoto ed ha indicato Trincomalee e la sua area come una delle destinazioni immediate degli aiuti d’emergenza portati sull’isola dal Dipartimento. Dopo pochi giorni dal maremoto, un Posto medico avanzato e un gruppo di operatori del Dipartimento, accompagnati da personale medico e da una pattuglia di Vigili del Fuoco, si insediavano a Kinniya, all’interno della baia, fornendo assistenza sanitaria, allestendo campi di tende, costruendo strutture igienico-sanitarie di emergenza. Da questa presenza, e dai contatti con la gente del posto, sono nati i progetti del Dipartimento e delle Ong oggi realizzati nell’area ed anche più su di Trincomalee, in direzione nord. All’inizio anche il nostro programma ha risentito di quello strano clima di speranza di pace, o almeno di buon vicinato, che la distruzione causata dal maremoto sembrava aver creato in tutti gli abitanti delle coste nel nord est. A Muthur, uno dei centri della baia, un paese di pescatori che l’onda ha attraversato per spegnersi poi solo nelle paludi alle sue spalle, per alcuni mesi si era pensato di ricostruire l’intero villaggio, trasformando la laguna che lo attraversa, e che cadenza al ritmo della marea le possibilità di passaggio, in una sorta di porto canale, un luogo sicuro, un punto di partenza per nuove iniziative di crescita e di buona convivenza. Nell’arco di pochi mesi si è capito però che le difficoltà di negoziato tra un numero infinito di Amministrazioni competenti, ciascuna per un pezzetto, sui vari aspetti di un progetto così ambizioso e complesso, nascondevano intenzioni di crescita ben più modeste. È stato chiaro, allora, che i discorsi di pace e di futuro che in quel tempo si sprecavano da tutte le parti erano frutto della condizione straordinaria di emergenza più che della volontà delle parti di arrivare ad una soluzione del conflitto che aveva la zona di Trincomalee tra i suoi punti più caldi. In realtà neppure una sciagura con migliaia di vittime e decine di migliaia di persone lasciate senza più nulla sulla riva dell’oceano ha avuto la forza di far intravedere la fine di uno scontro che, prima ancora che delle decisioni politiche a dir poco infelici, delle ideologie, delle discriminazioni, della scelta della violenza come unica via di riscatto e salvezza, è frutto di una antichissima rivalità e diffidenza tra due popolazioni che si considerano entrambe minoranza. I tamil, di origine indiana, in gran parte induisti, si sentono minoranza maltrattata nel Paese, potendo lamentare un peggioramento della loro situazione negli anni successivi alla fine dell’Impero britannico; i cingalesi, soprattutto quelli legati alla tradizione del buddismo più ortodosso, si sentono minoranza nei confronti del continente indiano, che li sovrasta in termini geografici e di consistenza della popolazione, e finiscono con il sentirsi minacciati dal solo fatto che una parte del loro territorio è abitata da gente con una lingua e una cultura diverse. In mezzo, i musulmani, che si sentono minacciati da entrambi. È stato nello scenario incantato della baia di Trincomalee che la fragile tregua, tra hartal – forma di serrata e di sciopero generale, molto usata dai tamil della zona come forma di protesta e dissenso –, provocazioni e piccoli scontri, ha ceduto di nuovo il posto al fragore delle armi pesanti, dei bombardamenti, degli scontri per mare e per terra. Per mesi tutti i progetti si sono fermati, il conflitto ha spostato di nuovo migliaia di persone, i paesi di Sampoor e Muthur si sono svuotati, trecentomila persone sono scappate, le zone tamil occupate e sgomberate di ogni presenza anche solo potenzialmente pericolosa per le Forze Armate cingalesi. Poi, ad operazioni finite, poco alla volta la gente, o almeno una parte di essa, a cominciare dalla quota consistente dei musulmani dell’area, è tornata nelle case, le botteghe hanno riaperto, i pescatori hanno rimesso in mare canoe e catamarani, ed anche i cantieri hanno potuto riprendere la loro attività. Ma la stragrande maggioranza della popolazione tamil della zona non ha fatto ritorno: molti sono scappati in India via mare, molti hanno preso la via dell’ovest, altri sono scappati verso sud, rifugiandosi prima intorno a Vakarai e poi, quando in quel piccolo sfortunato paese si è accesa la battaglia, ancora più giù lungo la costa, spostandosi da un campo profughi ad un altro. Altri sono stati ricacciati verso nord, verso le zone “uncleared”, dove l’esercito non è ancora arrivato, oppure nei campi profughi intorno a Jaffna, il principale centro del nord sotto il controllo dell’esercito regolare, dove gli abitanti sono controllati a vista da cinquantamila soldati. A Jaffna è stato realizzato, nei primi mesi del 2005, uno dei progetti del programma. Allora c’era anche un piccolo aeroplano che collegava Colombo con il capoluogo del nord del Paese, ma sono bastati pochi mesi perché questo collegamento fosse soppresso. Dopo, nessuno, se non le Forze Armate cingalesi, è più riuscito a raggiungere la città. Jaffna è diventata un luogo sottratto alla comunità civile, dal quale non giunge nessuna informazione se non seguendo le vie del passa parola e delle comunicazioni di fortuna. A Muthur, tra i primi progetti finiti c’erano una serie di fish cabin, piccole strutture per pesare e rendere vendibile il pesce, ed un padiglione destinato ad ospitare il mercato locale del pescato appena arrivato. Oggi queste strutture, molto ben conservate, non sono in uso se non per una piccolissima parte. La ragione è semplice: la Marina ha deciso che nella baia si possono usare soltanto barche a remi, e questo di fatto rende impossibile pescare. Più a nord di Trincomalee, man mano che ci si avvicina all’area ancora sotto il controllo tamil, la presenza umana è ridotta a poche persone, la strada è una pista che taglia la giungla, tranne nelle aree di interesse militare dove la giungla è sparita a destra e a sinistra della strada, spianata con i bulldozer, arata e bruciata, per permettere alle postazioni di tenersi in contatto visivo. I villaggi sono deserti, abbandonati, o ridotti a rifugi di ombre silenziose, sovrastati dal profilo dei mitra e delle mitragliatrici che si affacciano da ogni altura, da ogni masso, da ogni piccolo rilievo del terreno. Ovunque è silenzio, un silenzio inquietante, il silenzio dell’assenza, del vuoto, della paura. Anche gli animali, gli uccelli, le scimmie sembrano essere sparite. La guerra continua, e tutto sembra certificare che la pace è ancora al di là di un muro di sofferenza, di pena e di morte. Nelle zone che il conflitto si lascia alle spalle, più a sud e sulla costa, si vede qualche cantiere aperto, qualche attività che riprende, insomma si vive. Aspettando.