LISTA INTERVENTI LOCALITA' : Pottuvil Coopi a Pottuvil Il sostegno ai pescatori di Ricerca e Cooperazione Movimondo nel Distretto di Ampara
LISTA INTERVENTI LOCALITA' : Pottuvil
Coopi a Pottuvil Il sostegno ai pescatori di Ricerca e Cooperazione Movimondo nel Distretto di Ampara
La strada statale abbandona la costa, nel sud dell’isola, ad Hambantota, per inoltrarsi prima tra campi e zone agricole, poi in piena foresta, tra alte colline al confine del Parco Nazionale di Yala. Si torna al mare raggiungendo Pottuvil, un paese il cui nome non direbbe nulla a nessuno se non fosse il centro abitato più vicino ad Arugam Bay, un luogo che quanti nel mondo hanno fatto del surf una dimensione esistenziale, tra la passione sportiva e la mistica religiosa, considerano irrinunciabile per il gioco di onde che si crea proprio all’ingresso della baia. Sulla costa che da Pottuvil sale verso nord lo tsunami è arrivato dritto dritto, senza ostacoli a smorzarne la forza: l’acqua dell’onda ha invaso la terraferma a volte per chilometri, prima di tornare indietro portandosi via ciò che non aveva distrutto all’andata. Si nota immediatamente una profonda differenza tra l’est e la parte a sud dell’isola. Eccezion fatta per Arugam Bay con i suoi alberghetti sulla spiaggia, qui il turismo non è mai arrivato, e il paesaggio, la strada, le case denunciano che, anche prima dello tsunami, il livello di arretratezza e povertà era elevato. I centri abitati che si susseguono, spesso schiacciati a ridosso della strada che corre a poca distanza da riva, nella stretta striscia di terra che separa l’oceano dalle lagune retrostanti, sono piccoli centri rurali, paesi di contadini e pescatori, con qualche bottega e qualche punto di ristoro che basta un tuk-tuk a vuotare di tutta la merce disponibile. La sera poche luci isolate, qualche lampada elettrica, spesso ancor oggi un lume a petrolio. La strada è stretta, per vederla più larga bisogna arrivare alla periferia di Batticaloa, il centro più grande della costa, giusto a metà tra il sud e Trincomalee, dove inizia il nord est. Verso l’interno si costeggiano a perdita d’occhio grandi risaie, divise in piccoli campi segnati appena dai bordi dei canali d’irrigazione, costruiti e tenuti con cura. Dove la risaia termina, e dove non c’è palude – questa è il regno di mandrie di bufale e vacche: queste ultime sparse ovunque, le prime concentrate nelle zone più basse, dove l’acqua o almeno il fango resistono per dar refrigerio anche nei periodi più secchi dell’anno – la foresta si avvicina alla costa e alla strada. In questa zona convivono gruppi di diversa etnia e religione: ci sono i cingalesi buddisti, ma sono pochi, mentre la maggior parte della popolazione è tamil, di religione induista, ed interi paesini sono abitati da comunità soltanto musulmane, costituite da tamil convertiti o da gruppi di discendenti dei “moros” arrivati sull’isola centinaia di anni fa, come Thirukkovil e Akkaraipattu, dove il Dipartimento ha operato. Più che a convivere, si direbbe che la faticosa geografia socio-religiosa dell’isola abbia portato le diverse comunità a coesistere, segnando il territorio con paesi dove tutta la popolazione, o la gran parte, condivide cultura, origini e religione, o con altri piccoli centri dove a sud si trova la moschea e dalla parte opposta il tempio induista. In questi luoghi, di norma, i rapporti tra le varie comunità non fanno registrare grandi tensioni nella vita quotidiana della gente. Ciò che realmente tutti condividono sono le condizioni di vita di un’area dove l’economia solo per pochi si è allontanata dai parametri stretti della sussistenza o della dignitosa povertà, ma questo non è bastato a creare reti di solidarietà. È piuttosto accaduto il contrario: ogni gruppo, ogni comunità ha una storia, un modo di essere, un senso di appartenenza diversi da quelli del paese vicino, magari della stessa etnia. Vivere in un Paese dove la diffidenza tra etnie è atavica, significa spesso farne un criterio di giudizio esteso ad ogni situazione. La conseguenza è che non è mai possibile generalizzare e non è sensato attendersi reazioni simili anche se si lavora in contesti all’apparenza uguali. In questo sistema di nuclei fortemente isolati, l’unico segno di globalizzazione sono le antenne delle televisioni, magari alimentate a batteria, che si alzano anche sulle capanne e sui rifugi di fortuna. Il traffico è del tutto diverso da quello della zona occidentale dell’isola: abbondano i camion e i mezzi agricoli, le auto sono più rare, ci sono anche meno tuk-tuk, mentre una motocicletta o anche solo una bici possono diventare un mezzo di commercio ambulante o di trasporto di merci e derrate. La guerra ha attraversato quest’area senza grandi battaglie, eccezion fatta per quella che ha segnato la conquista cingalese di Batticaloa, lasciandosi però alle spalle la presenza dell’esercito evidente e costante, con pattuglie in ogni paese, posti di blocco, accampamenti difesi con filo spinato, garitte, bunker di sacchi di sabbia costruiti a cavallo dell’unica strada, deviata per il traffico civile in strane circonvallazioni di terra battuta e buche profonde. Con grande ritardo rispetto all’ovest, e meno attori internazionali coinvolti, i danni dello tsunami cominciano ad essere riparati anche qui, ma sono ancora incredibilmente numerosi gli shelter e i ricoveri provvisori che accolgono intere famiglie, e non sai bene se ad impedire la rinascita sia stata la povertà che c’era prima o quella dovuta ai lunghi mesi di blocco e isolamento imposti dalla guerra. Si incontrano anche, lungo il percorso, a sud di Batticaloa e verso Kantale, ad ovest, interi campi di rifugi d’emergenza, del tutto simili a quelli che si incontravano nei primi mesi del 2005. Due piccole differenze segnalano che non si tratta di senzatetto colpiti dal maremoto, ma di famiglie tamil sfollate dalle zone di guerra: i campi sono costruiti più all’interno, un po’ più lontani dalla strada e dalla vista, e i volti delle persone, i loro occhi, lasciano intuire che non è stata la natura ma l’uomo a decidere chi doveva diventarne abitante. Tra Batticaloa – che nell’area è diventata, dopo lo tsunami e le vicende del conflitto, il punto base di molte organizzazioni internazionali ed agenzie umanitarie – e Trincomalee, le vicende del conflitto sono state più violente e più tristi. La strada costiera, che già più a sud vede il passaggio di pochi mezzi, per lo più pubblici o targati UN – dopo i conducenti di autobus, che non rallentano stando al centro dell’unica carreggiata, i guidatori più impudenti ed aggressivi sono quelli dei grandi fuoristrada bianchi con l’antenna satellitare e la bandierina delle Nazioni Unite in bella vista – ad un certo punto è sbarrata. Per arrivare verso il nord est bisogna per forza fare un gran giro all’interno dell’isola e ridiscendere poi verso il mare, a meno di non disporre di un permesso specifico delle Autorità militari. Se lo si ottiene, si attraversa quello che finora è stato l’ultimo scenario di battaglia, in ordine di tempo, del conflitto tra le tigri tamil, che in zona avevano una forte presenza, e le Forze Armate cingalesi. Ora qui, dove al tempo dello tsunami chi portava aiuti attraversava posti di blocco dell’esercito prima e delle tigri a poca distanza, in una provvisoria divisione del territorio in aree controllate ora dallo Stato ora dalla fazione ribelle, è in atto una vera e propria occupazione militare: la strada non c’è più per lunghi tratti, sostituita da una pista in terra battuta che si snoda tra buche profonde e piccoli ponti sui tanti corsi d’acqua; nei paesi si leggono i segni della distruzione e delle sparatorie; a Vakarai, un centro dove la battaglia è stata particolarmente feroce, le macerie della guerra si accatastano sotto il sole di fianco a quelle dello tsunami, che nell’attesa degli eventi nessuno ha autorizzato a rimuovere. Sui ruderi lasciati dall’onda, il segno evidente di pallottole e colpi. A poca distanza da qui avrebbe dovuto sorgere una delle scuole costruite dal Dipartimento, che è stato impossibile realizzare: altri hanno alla fine aggiustato alla meno peggio, con i modi spicci e sbrigativi delle cose che non si sa quanto possano durare, le tettoie che un tempo ospitavano il lavoro delle classi. Oggi l’area è circondata da un accampamento della polizia. Nonostante queste vicende e le grandi difficoltà che ne sono derivate, nell’area tra Pottuvil e i paesi a sud di Batticaloa si è svolta una parte significativa del programma del Dipartimento. Grazie alle Ong, che hanno saputo approfittare del tempo della tregua per fornire aiuti concreti ed ottenere risultati positivi, e all’impegno dello stesso Dipartimento, con i suoi progetti a gestione diretta, si è riusciti a portare a termine anche in questa zona cantieri importanti in situazioni da altri giudicate impossibili.